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23/02/11 - Bari, società senza idee e senza coraggio

23/02/2011, 16:10


All'appiattimento economico, fa il paio quello mentale. A volte, idee e coraggio son sufficienti a sovvertire gli eventi...La scelta di Mutti allenatore, specchio della poca apertura mentale societaria.

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Se è vero che i soldi non fanno la felicità, di certo da sempre contrubuiscono a raggiungerla. Quando però le tasche sono vuote, la ricerca della felicità deve perseguire altre strade, fatte di idee e scelte, magari queste ultime anche coraggiose. E' il caso lampante dell'A.S. Bari, società professionistica del panorama calcistico nazionale, sulla quale quando si tocca l'aspetto economico-finanziario diventa un rebus. E' alquanto paradossale, infatti, che una società "poco mobile" nelle dinamiche di calciomercato come quella biancorossa, possa essere attanagliata da una morsa di debiti (come quelli recentemente emersi) stringente e soffocante.

Probabilmente i "guasti" hanno radici profonde e ancestrali. In principio, è ben noto che il sodalizio di Via Torrebella ha un modo di intendere la gestione del Bari Calcio, se così si può dire, superato: il merchandising è una chimera, le attività collaterali inesistenti, l'organizzazione di mini-tornei e amichevoli di lusso qualcosa di astratto. Come recentemente affermato anche dal decano del giornalismo sportivo barese Michele Salomone, è pressocché impossibile basare la sopravvivenza di una squadra di calcio sui soli introiti derivanti dagli incassi e dai diritti TV. E poi, la stessa gestione "a conduzione familiare" della società è un qualcosa di ormai unico in Italia e forse in Europa. Una sommatoria di fattori, quelli appena descritti, che fanno del Bari Calcio una società "economicamente parlando" ostaggia delle presenze sugli spalti del San Nicola e delle cessioni "eccellenti" in sede di mercato calciatori. Laddove vengono a mancare poi tali forme di introito (vedi, per esempio, i lunghi anni in Serie B del decennio 2000-2010), per forza di cose si deve ricorrere al "virtuosismo" della ricapitalizzazione.

Niente soldi, dunque: niente felicità? Se guardiamo al caso-Bari, potremmo affermare certamente che è così. Se spostiamo però l'occhio, per fare un esempio, alle tante famiglie di operai che si spaccano la schiena per arrivare alla fine del mese, ma che riescono con grande dignità e amor proprio a vivere la loro condizione, riuscendo finanche ad essere perlomeno sereni, allora si scopre che nel Bari Calcio c'è più di qualcosa che non va.

Lo si capisce meglio, entrando nella fattispecie, guardando allo splendido biennio targato Perinetti-Conte-Ventura: non è che in quel periodo gli investimenti abbiano avuto un imrpovvisa impennata, eppure i risultati sul campo sono passati dall'essere prima lusinghieri e poi eccellenti. Nonostante ciò, in casa Bari si è preferito ancora una volta l'uovo alla gallina e il capitombolo "dalle stelle alle stalle" si è concretizzato in men che non si dica. Più che il congedo di Conte e di Ventura (quest'ultimo conseguenza, più che scelta forzata), deve far riflettere quello di Giorgio Perinetti. Un diesse che aveva sposato il Bari e plasmato nella sua mente un progetto che, come tutti sappiamo, non si è potuto mai realizzare. Un dirigente "scappato" da Bari con le sue idee nella valigia perché, da persona attenta, è stato in grado di rendersi conto per tempo che la felicità, da queste parti, la fanno solo i soldi. Peccato, perché a volte bastano poche idee (ma ferme e chiare), per provare a trovare la felicità attraverso altri percorsi.

Prendiamo, restando ai fatti di casa nostra, la scelta dell'allenatore del dopo-Ventura. Per qualche ora si è fatta strada un'ipotesi "anticonformista" e coraggiosa, ovvero quella di mettere la squadra nelle mani di Antonio Di Gennaro. Troppo anticonformista e coraggiosa, forse, per i vertici di Via Torrebella, che alla fine si sono affidati ad un personaggio in linea con il loro stile, "nullapretendente", servile e inquadrato, ovvero Lino Mutti. Non ce ne voglia il tecnico bresciano, ma non era questa la sferzata che andava data al gruppo e non era questa la sterzata che ci si aspettava dalla società, dopo un anno che definire deplorevole è da buonisti. Puntando su Antonio Di Gennaro quale allenatore del Bari, si sarebbe potuta aprire una strada nuova ed intrigante, che riporta ai Mancini sulla panchina della Lazio ed i Leonardo su quella del Milan del passato, non dimenticando quanto accaduto in questi ultimi giorni, durante i quali c'è stato l'approdo di Vincenzo Montella alla guida della Roma.

A Bari, dunque, non si riesce a fare quello che si fa a Roma e Milano (non a Frascati e Poggibonsi), neppure se questo debba richiedere uno sforzo mentale, piuttosto che economico. E allora, ecco che la felicità non potrà mai abitare da queste parti. Magari potrà alloggiare per brevi periodi, come quello del biennio scorso, ma mai potrà radicarsi sul suolo barese. Un motivo di più per convincersi che l'era Matarrese ha fatto il suo tempo: è ora di dare spazio a gente volenterosa e propositiva, che si metta in gioco e che metta in ballo un po' di soldi (neanche poi tanti di più di quanti ne abbiano messi i Matarrese), buone ideee e tanta, tanta energia positiva.

di Mauro Solazzo
fonte: fonte non consentita.com
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