Non voglio usare giri di parole, non voglio essere diplomatico. Non è il momento.
Il Bari retrocede in Serie C. Di nuovo. Dopo quattro anni. Dopo aver sfiorato la Serie A con le dita, dopo aver visto Cheddira (che ha contribuito a salvare il Lecce) volare, dopo aver pianto e sognato e creduto. Tutto azzerato. Tutto buttato. Non da un avversario più forte. Da noi stessi. Da chi avrebbe dovuto guidare questa barca e l'ha invece affondata, metodicamente, con una precisione quasi chirurgica nell'errore.
Il campionato. Una lunga agonia.
Una stagione intera trascorsa nei bassifondi della classifica, senza mai trovare una vera stabilità. Undici mesi di tensioni, risultati deludenti e un'agonia sportiva che si è conclusa nel modo peggiore possibile. Non è stata una crisi improvvisa. È stato un lento collasso, visibile a tutti tranne a chi aveva il dovere di intervenire davvero.
Il doppio 0-0, al San Nicola prima e al Druso subito dopo, ci ha condannati alla retrocessione. Due pareggi che pesano come macigni. Novanta minuti in casa senza riuscire a vincere contro una squadra che dovevamo battere, senza un tiro decente in porta. Poi l'uscita a testa bassa da Bolzano. Ecco il certificato di morte di una stagione da incubo.
Eppure Tre anni fa eravamo a un soffio dalla Serie A. Tre anni fa il San Nicola tremava, i cuori battevano forte, la città intera tratteneva il respiro. Il Bari era arrivato a pochi secondi dalla promozione in Serie A, perdendo la finale playoff del 2023 contro il Cagliari. Da quel momento è iniziata una fase di progressivo ridimensionamento.
Da quel momento in poi: una salvezza ottenuta ai playout nel 2024, un anonimo nono posto nella stagione successiva, e ora il baratro della Lega Pro. Tre anni. Tre passi indietro. Una traiettoria che non mente.
Comunicazione fallace. Il silenzio come insulto.
Nonostante un avvio di stagione con l'obiettivo playoff confermato dal presidente Luigi De Laurentiis, la squadra non è mai riuscita a esprimere il suo potenziale. O forse l'ha fatto, perché il suo potenziale quello era. Playoff. Lo avevano detto. Lo avevano scritto. Lo avevano comunicato come un fatto, quasi una certezza. Mentre la squadra annegava, le dichiarazioni ufficiali continuavano a navigare in un mare di ambiguità, frasi di circostanza, ottimismo di facciata.
E dopo la retrocessione? I vertici societari in silenzio. Ecco la risposta della società a una città ferita: il vuoto. Il nulla. Come se non fosse successo niente. Come se i tifosi non meritassero nemmeno una parola vera, un'ammissione di colpa, uno straccio di rispetto.
Rientrati in incognito da Bolzano come ladri. I sensi di colpa, la paura di chissà quale violenza. Ma vi siete beccati solo quello che vi meritate: INDIFFERENZA.
Siete riusciti a far morire una piazza che viveva di calcio.
Le scelte sbagliate. Una dietro l'altra.
A giugno il club decide di esonerare Moreno Longo in favore di Fabio Caserta. A novembre, dopo l'esonero dal Pescara, prende il suo posto Vincenzo Vivarini, ma dura molto poco. De Laurentiis decide quindi di richiamare Moreno Longo. Tre allenatori. In una stagione sola. Tre cambi di guida tecnica che non sono stati segnali di reattività, ma di panico. Di incapacità di programmare, di valutare, di scegliere. Longo esonerato, poi richiamato. Come se il problema fosse sempre qualcun altro, mai lo specchio.
E il mercato? Una rosa costruita male, rattoppata peggio, con giocatori che sembravano capitati a Bari per caso, senza sapere cosa significa quella maglia, senza sentire il peso di quei colori.
Una società non strutturata.
Dietro ai risultati sportivi c'è qualcosa di più profondo e più preoccupante: una struttura societaria che non regge. Figure chiave ricoperte da persone prive dell'esperienza necessaria per quel livello. Assenza di una rete di osservatori seria, di un settore giovanile che produca talento locale, di infrastrutture adeguate a un club che si definisce ambizioso. Il San Nicola è uno stadio immenso e bellissimo. Ma uno stadio non fa una società. La fanno le persone, i processi, la visione. E qui tutto questo è mancato.
Il distacco totale. Società, tifosi, città.
Anche il rapporto con la tifoseria si è progressivamente deteriorato. Non è una novità, lo sappiamo tutti. Ma vedere il fossato farsi sempre più largo fa male lo stesso. Una tifoseria che ha continuato ad andare allo stadio, a cantare, a sostenere una squadra che spesso non la meritava. E dall'altra parte, il silenzio di una proprietà distante, fisicamente e emotivamente.
Il sindaco Leccese ha scritto che la città ha dimostrato stagione dopo stagione attaccamento, compostezza e rispetto, e che non merita tutto questo. Ha ragione, nonostante la retorica politica. Bari non merita tutto questo.
Le dichiarazioni di Aurelio De Laurentiis negli anni sono state un schiaffo continuo all'intelligenza di questa piazza. Parole che non hanno mai capito cosa sia il calcio in una città come Bari, cosa significhi quella maglia biancorocca per chi ci è nato dentro. Una proprietà che ha sempre trattato il Bari come un asset secondario, un progetto collaterale, qualcosa da gestire nell'attesa di capire cosa farne.
Le conseguenze. Il prezzo da pagare.
Il distacco del tifo è già realtà. Molti hanno smesso di andare allo stadio, altri ci sono andati per abitudine o per amore, nonostante tutto. Ma un tifoso che si distacca è difficile da riconquistare. La fiducia, una volta persa, non si recupera con una conferenza stampa.
Le conseguenze economiche saranno pesanti. Sponsor, diritti televisivi, botteghino: tutto si ridimensiona in Serie C. E questo si riflette sulla capacità di costruire una rosa competitiva, di trattenere giocatori (che già a Gennaio ci rifiutavano, come si rifiuta uno scarto destinato a morire), di attrarre nuovi investimenti. È un circolo vizioso da cui uscire è difficilissimo.
E il futuro? Il Bari deve gestire una doppia ricostruzione: una sportiva, che passa da rosa, area tecnica, contratti, mercato e allenatore; e una identitaria, legata alla credibilità del percorso con cui il club intende ripartire. Senza una guida credibile, senza un progetto vero, senza il coinvolgimento della città, rischiamo di vagare nella Lega Pro per anni. A meno che non ci sia un disegno per tornare nel dilettantismo e mantenere questa maledetta multiproprietà. E' follia crederlo e pensarlo, ma ormai non ci si stupisce più di nulla.
Quello che si porta via questa retrocessione.
Voglio dirvi una cosa personale. E so che molti di voi la capiscono.
Il calcio non è solo undici uomini in campo. Il calcio è mio padre che mi portava al San Nicola da bambino, con la sciarpa biancorossa al collo già da casa. È le notti magiche degli anni '90, è la Serie A persa e poi ritrovata, è il fallimento del 2018 vissuto come un lutto vero, è la gioia di Barreto o Defendi che segnano e ti ritrovi ad abbracciare uno sconosciuto come se fosse tuo fratello.
Questa retrocessione porta via qualcosa di più di tre punti in meno in classifica. Porta via la continuità di un sogno. Porta via la speranza che quella maglia biancorossa possa tornare a brillare presto. Porta via serate d'estate a parlare di mercato con gli amici, la trepidazione di agosto, l'ottimismo di settembre. Porta via un pezzo di quotidianità emotiva che, per chi ama davvero il Bari, è parte dell'identità.
E fa male. Fa dannatamente male.
Ripartire. Ma come, e da dove.
Però. Però esiste ancora un però.
Bari è una città che ha sempre saputo rialzarsi. L'ha fatto nel 2018, quando la società fallì e sembrava la fine di tutto. L'ha fatto in Serie D, in Serie C, risalendo categorie con una fame autentica. Quella fame non si estingue con una retrocessione.
La scadenza federale sulla multiproprietà è fissata al 2028: il crollo in Serie C non modifica quella data, ma la rende politicamente più vicina. La domanda che a Bari esiste da tempo si fa ora urgente: quale proprietà guiderà davvero il rilancio e con quale orizzonte?
Se c'è una base da cui ripartire, è questa: un cambio societario netto, reale, non un maquillage. Serve una proprietà radicata nel territorio o quantomeno innamorata di questo progetto. Serve un direttore sportivo di esperienza, con una rete di osservatori vera. Serve un allenatore scelto con criterio, non per disperazione. Serve investire nel settore giovanile, che è il cuore pulsante di qualsiasi club sano. Serve riaprire un dialogo autentico con la tifoseria, non con le conferenze stampa, ma con i fatti.
Serve un progetto serio e chiaro, orientato alla cessione della società e all'altezza di restituire dignità a un popolo e a una città frustrati dalla mancanza di prospettive.
La dignità. Ecco la parola giusta. Non chiediamo miracoli. Chiediamo dignità.
Chiediamo una società che rispetti chi compra l'abbonamento, chi percorre chilometri per seguire questa squadra in trasferta, chi insegna ai propri figli a tifare Bari. Chiediamo di essere trattati da tifosi, non da consumatori passivi di un prodotto scadente.
Il Bari tornerà. Ne sono convinto. Perché il San Nicola non può restare vuoto a lungo. Perché questa città ha troppa passione, troppa storia, troppo cuore per rassegnarsi.
Ma prima che torni, deve cambiare qualcosa di fondamentale. E quel cambiamento deve partire dall'alto.
Forza Bari. Sempre. Anche adesso. Soprattutto adesso.
Un tifoso, tra i tanti, che non ha mai smesso e non smetterà mai.



